Poesie: Pier Paolo Pasolini - Il Canto Popolare - Verso le Terme di Caracalla - Sesso. consolazione della miseria - Il desiderio di ricchezza del… - Alla bandiera rossa - Frammento alla morte

Posted by ricardo marcenaro | Posted in | Posted on 10:47





        Il canto popolare


    
    Improvviso il mille novecento
    cinquanta due passa sull'Italia:
    solo il popolo ne ha un sentimento
    vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia
    la modernità, benché sempre il più
    moderno sia esso, il popolo, spanto
    in borghi, in rioni, con gioventù
    sempre nuove - nuove al vecchio canto -
    a ripetere ingenuo quello che fu.
    
    Scotta il primo sole dolce dell'anno
    sopra i portici delle cittadine
    di provincia, sui paesi che sanno
    ancora di nevi, sulle appenniniche
    greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
    i nuovi colori delle tele, i nuovi
    vestiti come in limpidi roghi
    dicono quanto oggi si rinnovi
    il mondo, che diverse gioie sfoghi...
    
    Ah, noi che viviamo in una sola
    generazione ogni generazione
    vissuta qui, in queste terre ora
    umiliate, non abbiamo nozione
    vera di chi è partecipe alla storia
    solo per orale, magica esperienza;
    e vive puro, non oltre la memoria
    della generazione in cui presenza
    della vita è la sua vita perentoria.
    
    Nella vita che è vita perché assunta
    nella nostra ragione e costruita
    per il nostro passaggio - e ora giunta
    a essere altra, oltre il nostro accanito
    difenderla - aspetta - cantando supino,
    accampato nei nostri quartieri
    a lui sconosciuti, e pronto fino
    dalle più fresche e inanimate ère -
    il popolo: muta in lui l'uomo il destino.
    
    E se ci rivolgiamo a quel passato
    ch'è nostro privilegio, altre fiumane
    di popolo ecco cantare: recuperato
    è il nostro moto fin dalle cristiane
    origini, ma resta indietro, immobile,
    quel canto. Si ripete uguale.
    Nelle sere non più torce ma globi
    di luce, e la periferia non pare
    altra, non altri i ragazzi nuovi...
    
    Tra gli orti cupi, al pigro solicello
    Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
    d'Ivrea gridano, e pei valloncelli
    di Toscana, con strilli di rondinini:
    Hor atorno fratt Helya! La santa
    violenza sui rozzi cuori il clero
    calca, rozzo, e li asserva a un'infanzia
    feroce nel feudo provinciale l'Impero
    da Iddio imposto: e il popolo canta.
    
    Un grande concerto di scalpelli
    sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
    sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
    suona, giganteggiando il travertino
    nel nuovo spazio in cui s'affranca
    l'Uomo: e il manovale Dov'andastà
    jersera... ripete con l'anima spanta
    nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù
    resta nel popolo. E il popolo canta.
    
    Apprende il borghese nascente lo Ça ira,
    e trepidi nel vento napoleonico,
    all'Inno dell'Albero della Libertà,
    tremano i nuovi colori delle nazioni.
    Ma, cane affamato, difende il bracciante
    i suoi padroni, ne canta la ferocia,
    Guagliune 'e mala vita! in branchi
    feroci. La libertà non ha voce
    per il popolo cane. E il popolo canta.
    
    Ragazzo del popolo che canti,
    qui a Rebibbia sulla misera riva
    dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
    è vero, cantando, l'antica, la festiva
    leggerezza dei semplici. Ma quale
    dura certezza tu sollevi insieme
    d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
    tuguri e grattacieli, allegro seme
    in cuore al triste mondo popolare.
    
    Nella tua incoscienza è la coscienza
    che in te la storia vuole, questa storia
    il cui Uomo non ha più che la violenza
    delle memorie, non la libera memoria...
    E ormai, forse, altra scelta non ha
    che dare alla sua ansia di giustizia
    la forza della tua felicità,
    e alla luce di un tempo che inizia
    la luce di chi è ciò che non sa.
    
    1952-53






Verso le Terme di Caracalla

Vanno verso le Terme di Caracalla
giovani amici, a cavalcioni
di Rumi o Ducati, con maschile
pudore e maschile impudicizia,
nelle pieghe calde dei calzoni
nascondendo indifferenti, o scoprendo,
il segreto delle loro erezioni...
Con la testa ondulata, il giovanile
colore dei maglioni, essi fendono
la notte, in un carosello
sconclusionato, invadono la notte,
splendidi padroni della notte...

Va verso le Terme di Caracalla,
eretto il busto, come sulle natie
chine appenniniche, fra tratturi
che sanno di bestia secolare e pie
ceneri di berberi paesi - già impuro
sotto il gaglioffo basco impolverato,
e le mani in saccoccia - il pastore
migrato
undicenne, e ora qui, malandrino e
giulivo
nel romano riso, caldo ancora
di salvia rossa, di fico e d'ulivo...

Va verso le Terme di Caracalla,
il vecchio padre di famiglia, disoccupato,
che il feroce Frascati ha ridotto
a una bestia cretina, a un beato,
con nello chassì i ferrivecchi
del suo corpo scassato, a pezzi,

rantolanti: i panni, un sacco,
che contiene una schiena un po' gobba,
due cosce certo piene di croste,
i calzonacci che gli svolazzano sotto
le saccocce della giacca pese
di lordi cartocci. La faccia
ride: sotto le ganasce, gli ossi
masticano parole, scrocchiando:
parla da solo, poi si ferma,
e arrotola il vecchio mozzicone,
carcassa dove tutta la giovinezza,
resta, in fiore, come un focaraccio
dentro una còfana o un catino:
non muore chi non è mai nato.

Vanno verso le Terme di Caracalla







    Sesso, consolazione della miseria!



Sesso, consolazione della miseria!
La puttana è una regina, il suo trono
è un rudere, la sua terra un pezzo
di merdoso prato, il suo scettro
una borsetta di vernice rossa:
abbaia nella notte, sporca e feroce
come un'antica madre: difende
il suo possesso e la sua vita.
I magnaccia, attorno, a frotte,
gonfi e sbattuti, coi loro baffi
brindisi o slavi, sono
capi, reggenti: combinano
nel buio, i loro affari di cento lire,
ammiccando in silenzio, scambiandosi
parole d'ordine: il mondo, escluso, tace
intorno a loro, che se ne sono esclusi,
silenziose carogne di rapaci.

Ma nei rifiuti del mondo, nasce
un nuovo mondo: nascono leggi nuove
dove non c'è più legge; nasce un nuovo
onore dove onore è il disonore...
Nascono potenze e nobiltà,
feroci, nei mucchi di tuguri,
nei luoghi sconfinati dove credi
che la città finisca, e dove invece
ricomincia, nemica, ricomincia
per migliaia di volte, con ponti
e labirinti, cantieri e sterri,
dietro mareggiate di grattacieli,
che coprono interi orizzonti.

Nella facilità dell'amore
il miserabile si sente uomo:
fonda la fiducia nella vita, fino
a disprezzare chi ha altra vita.
I figli si gettano all'avventura
sicuri d'essere in un mondo
che di loro, del loro sesso, ha paura.
La loro pietà è nell'essere spietati,
la loro forza nella leggerezza,
la loro speranza nel non avere speranza.








        Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano

    
    Li osservo, questi uomini, educati
    ad altra vita che la mia: frutti
    d'una storia tanto diversa, e ritrovati,
    quasi fratelli, qui, nell'ultima forma
    storica di Roma. Li osservo: in tutti
    c'è come l'aria d'un buttero che dorma
    armato di coltello: nei loro succhi
    vitali, è disteso un tenebrore intenso,
    la papale itterizia del Belli,
    non porpora, ma spento peperino,
    bilioso cotto. La biancheria, sotto,
    fine e sporca; nell'occhio, l'ironia
    che trapela il suo umido, rosso,
    indecente bruciore. La sera li espone
    quasi in romitori, in riserve
    fatte di vicoli, muretti, androni
    e finestrelle perse nel silenzio.
    È certo la prima delle loro passioni
    il desiderio di ricchezza: sordido
    come le loro membra non lavate,
    nascosto, e insieme scoperto,
    privo di ogni pudore: come senza pudore
    è il rapace che svolazza pregustando
    chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno;
    essi bramano i soldi come zingari,
    mercenari, puttane: si lagnano
    se non ce n'hanno, usano lusinghe
    abbiette per ottenerli, si gloriano
    plautinamente se ne hanno le saccocce
    piene.
    Se lavorano - lavoro di mafiosi
    macellari,
    ferini lucidatori, invertiti commessi,
    tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,
    manovali buoni come cani - avviene
    che abbiano ugualmente un'aria di ladri:
    troppa avita furberia in quelle vene...
    
    Sono usciti dal ventre delle loro madri
    a ritrovarsi in marciapiedi o in prati
    preistorici, e iscritti in un'anagrafe
    che da ogni storia li vuole ignorati...
    Il loro desiderio di ricchezza
    è, così, banditesco, aristocratico.
    Simile al mio. Ognuno pensa a sé,
    a vincere l'angosciosa scommessa,
    a dirsi: "È fatta," con un ghigno di re...
    La nostra speranza è ugualmente
    ossessa:
    estetizzante, in me, in essi anarchica.
    Al raffinato e al sottoproletariato spetta
    la stessa ordinazione gerarchica
    dei sentimenti: entrambi fuori dalla
    storia,
    in un mondo che non ha altri varchi
    che verso il sesso e il cuore,
    altra profondità che nei sensi.
    In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.




Pier Paolo Pasolini nel Club Cinzano



        Nuovi epigrammi (1958-59)

  
    Alla bandiera rossa

    
    Per chi conosce solo il tuo colore,
    bandiera rossa,
    tu devi realmente esistere, perché lui
    esista:
    chi era coperto di croste è coperto di
    piaghe,
    il bracciante diventa mendicante,
    il napoletano calabrese, il calabrese
    africano,
    l'analfabeta una bufala o un cane.
    Chi conosceva appena il tuo colore,
    bandiera rossa,
    sta per non conoscerti più, neanche coi
    sensi:
    tu che già vanti tante glorie borghesi e
    operaie,
    ridiventa straccio, e il più povero ti
    sventoli.



Pier Paolo Pasolini 
 Nella notte tra l'1 e il 2 novembre di trentacinque


    Poesie incivili (aprile 1960)
    
    Frammento alla morte



Vengo da te e torno a te,
sentimento nato con la luce, col caldo,
battezzato quando il vagito era gioia,
riconosciuto in Pier Paolo
all'origine di una smaniosa epopea:
ho camminato alla luce della storia,
ma, sempre, il mio essere fu eroico,
sotto il tuo dominio, intimo pensiero.
Si coagulava nella tua scia di luce
nelle atroci sfiducie
della tua fiamma, ogni atto vero
del mondo, di quella
storia: e in essa si verificava intero,
vi perdeva la vita per riaverla:
e la vita era reale solo se bella...

La furia della confessione,
prima, poi la furia della chiarezza:
era da te che nasceva, ipocrita, oscuro
sentimento! E adesso,
accusino pure ogni mia passione,
m'infanghino, mi dicano informe, im
puro
ossesso, dilettante, spergiuro:
tu mi isoli, mi dai la certezza della vita:
sono nel rogo, gioco la carta del fuoco,
e vinco, questo mio poco,
immenso bene, vinco quest'infinita,
misera mia pietà
che mi rende anche la giusta ira amica:
posso farlo, perché ti ho troppo patita!

Torno a te, come torna
un emigrato al suo paese e lo riscopre:
ho fatto fortuna (nell'intelletto)
e sono felice, proprio
com'ero un tempo, destituito di norma.
Una nera rabbia di poesia nel petto.
Una pazza vecchiaia di giovinetto.
Una volta la tua gioia era confusa
con il terrore, è vero, e ora
quasi con altra gioia,
livida, arida: la mia passione delusa.
Mi fai ora davvero paura,
perché mi sei davvero vicina, inclusa
nel mio stato di rabbia, di oscura
fame, di ansia quasi di nuova creatura.

Sono sano, come vuoi tu,
la nevrosi mi ramifica accanto,
l'esaurimento mi inaridisce, ma
non mi ha: al mio fianco
ride l'ultima luce di gioventù.
Ho avuto tutto quello che volevo,
ormai:
sono anzi andato anche più in là
di certe speranze del mondo: svuotato,
eccoti lì, dentro di me, che empi
il mio tempo e i tempi.
Sono stato razionale e sono stato
irrazionale: fino in fondo.
E ora... ah, il deserto assordato
dal vento, lo stupendo e immondo
sole dell'Africa che illumina il mondo.

Africa! Unica mia
alternativa


Pier Paolo Pasolini






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Pier Paolo Pasolini  nella tomba di Gramsci


Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975) è stato un poeta, giornalista, regista, sceneggiatore e scrittore italiano.

È considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo. Dotato di un'eccezionale versatilità culturale[1], si distinse in numerosi campi, lasciando contributi come poeta, romanziere, drammaturgo, linguista, giornalista e cineasta.

Attento osservatore della trasformazione della società dal dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, suscitò spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi e della nascente società dei consumi italiana, ma anche nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti.



Antonio Gramsci

Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937) è stato un politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario italiano.

Nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia e nel 1926 venne incarcerato dal regime di Mussolini. Nel 1934, in seguito al grave deterioramento delle sue condizioni di salute, ottenne la libertà condizionata e fu ricoverato in clinica, dove passò gli ultimi anni di vita.

I suoi scritti – nei quali studiò e analizzò la struttura culturale e politica della società – sono considerati tra i più originali della tradizione filosofica marxista. Uno dei suoi contributi principali fu il concetto di egemonia culturale, secondo il quale le classi dominanti impongono i propri valori politici, intellettuali e morali a tutta la società, con l'obiettivo di saldare e gestire il potere intorno a un senso comune condiviso.










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