Poesie: William Shakespeare - Sonetto 26 Sire d’amore mio... - 27 Torno a giacere... - 28 Come posso ritrovare la mia pace - Links

Posted by ricardo marcenaro | Posted in | Posted on 9:23




 Sonetto XXVI

                Sire d’amore mio, poiché d’un degno
                servaggio il tuo valore, ecco, mi investe,
                un messaggio ti reco, che sia teste
                del mio dovere, e non prova d’ingegno.
                Dovere immane, cui l’ingegno crudo
                appare inane a ritrovar la rima,
                se nel pensiero tu non l’abbia prima
                preso a balia e nutrito, tutto nudo;
                e la qualsiasi stella che mi muove
                mi usi il bene d’un occhio donatore,
                e che per farmi segno al tuo favore
                mi rimpannucci amore in vesti nuove.
                Allora ti amerò d’amore in posa –
                prima, storno la testa timorosa.



 Sonetto XXVII

                Torno a giacere – il giorno mi ha spossato.
                Riposano le membra, ma il pensiero
                dimentica le vie che ho camminato
                e inizia il proprio viaggio, più leggero.
                La mente inquieta lascia il suo giaciglio:
                peregrinante amore a te la reca;
                si leva insonne, non vuol chiuder ciglio,
                si leva nella tenebra più cieca.
                E suscita dal niente una chimera,
                un’ombra cara: ed ecco il tuo sembiante
                far bella questa vecchia notte nera,
                donarle un fuoco vivo di diamante.
                Fatica il corpo il dì, la notte il cuore:
                l’amante non ha tregua dall’amore.



 Sonetto XXVIII

            Come posso ritrovare la mia pace
            se il ristoro del sonno mi è negato?
            Se l'affanno del giorno non riposa nella notte
            ma giorno da notte è oppresso e notte da giorno?
            Ed entrambi, anche se l'un l'altro ostili,
            d'accordo si dan mano solo per torturarmi
            l'uno con la fatica, l'altra con l'angoscia
            di esser da te lontano, sempre più lontano.
            Per cattivarmi il giorno gli dico che sei luce
            e lo abbellisci se nubi oscurano il suo cielo:
            così pur blandisco la cupa notte dicendo
            che tu inargenti la sera se non brillano stelle.
            Ma il giorno ogni giorno prolunga le mie pene
            e la notte ogni notte fa il mio dolor più greve.





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